Sessantanove ostriche
Fine del secolo scorso, agosto, in viaggio per la Francia. Probabilmente fu quel mese, votato alle esagerazioni più inconfessabili, a segnare definitivamente la mia indole e a consegnarla all’asservimento enogastronomico. Dopo aver visitato in lungo
Fine del secolo scorso, agosto, in viaggio per la Francia. Probabilmente fu quel mese, votato alle esagerazioni più inconfessabili, a segnare definitivamente la mia indole e a consegnarla all’asservimento enogastronomico. Dopo aver visitato in lungo e in largo la Loira, puntiamo a nord, destinazione Bretagna. È la regione con la maggiore quantità di ristoranti stellati di Francia, a parte Parigi ovviamente. Un ristorante dopo l’altro arriviamo a Cancale, obiettivo Olivier Roellinger, tristellato, famosissimo, costosissimo. Abbiamo prenotato per pranzo: ci accomodiamo con timore e reverenza in quel tempio della cucina francese d’avanguardia e sperimentiamo quattro ore e mezza di pura estasi culinaria. Mai assaggiato nulla di simile, niente sarà più come prima. Un menù pressoché infinito di deliziosi bocconi, non ricordo il numero preciso, ma certamente più di venti. Alla fine, i miei compagni di viaggio sono sfiniti, satolli, esauriti. Ma io no. La mia bulimia culturale non era sazia. Avrei ricominciato da capo. Con gentilezza però, il maître di sala ci aveva già accompagnato all’uscita, erano quasi le cinque del pomeriggio, non prima, evidentemente, di averci presentato un conto agghiacciante. Ma ne era valsa la pena.
Appena fuori prendo fiato, respiro l’aria fresca a pieni polmoni. “Facciamo due passi?” mi dice la mia compagna. “Sì, ci vuole” rispondo. Scendiamo lentamente verso il mare. Davanti a noi l’acqua limpida e fredda di Cancale. Alla vista una geometria di vasche tutte molto regolari, disposte una accanto all’altra, accarezzate dalle onde. “Qui allevano le ostriche” dico agli altri. Ci approssimiamo, incuriositi da una successione di piccoli chioschi, tipo quelli del gelato da noi. Mi avvicino al primo: una gentile signora, tarchiata e modellata verso il basso da anni di fatica e di lavoro, mi porge un vassoio, simile alla tavolozza di un pittore. E mi dice sorridendo: “Monsieur, une dégustation? Six ou douze?”. Non esito un istante e rispondo “Mais douze, bien sûr!”. Gli altri mi guardano esterrefatti, non ci credono. Divoro le prime dodici ostriche in un baleno. Quella succulenza, quella sapidità, quella croccantezza divina non la scorderò mai. Faccio qualche passo, ecco il secondo chiosco e scopro con massima libidine che ognuno di essi propone un diverso tipo di ostriche. “Madame! Douze, s’il vous plaît”. E siamo a 24. Poco dopo a 36, 48, 60. Gli altri sono sempre lì, con gli occhi spalancati, increduli. Arrivo all’ultimo chiosco, il respiro è lento, la vista leggermente annebbiata. Ma non demordo e ordino ancora una dozzina di ostriche. 61, 62, 63 … alla numero 69 mi fermo. Mi giro e guardo i miei amici. “Che buone” dico con un mezzo sorriso e incomincio a non reggermi più sulle gambe. Mi prendono di peso, mi caricano in auto. Mi addormento.
Mi risveglio nel letto della mia camera d’albergo. Sono le undici sera. La mia compagna è lì, accanto a me, con l’aria compassionevole di chi è rassegnata a sopportare l’intollerabile. “Come ti senti? Lo sai che le ostriche sono afrodisiache?” mi dice con tono malizioso. La fisso negli occhi, socchiudo leggermente le palpebre e sussurro “Ma quelle tre che non ho mangiato dove sono?”.
Post-scriptum: i fatti riportati in questo breve racconto sono la fedele cronaca di eventi realmente accaduti. La leggenda sulle proprietà afrodisiache delle ostriche è, per l’appunto, solo una leggenda. Ed infine: le ostriche o si amano o si odiano. E se le ami, non c’è un limite massimo consigliato per il loro consumo. La scienza sta ancora cercando di capire il perché.